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MAG #11 

Disparità di genere? Un passo avanti e tre indietro 😰 non abbiamo ancora risolto il problema.

Negli ultimi due numeri di MAG abbiamo affrontato il tema dei bias cognitivi, vi abbiamo parlato di diversità e oggi facciamo un affondo,rispetto alla forma di discrimazione che impatta la più ampia fetta di popolazione al mondo, precisamente il 50%: la discriminazione di genere.

Il tema della disparità di genere, con tutte le sue implicazioni, è diventato più che mai un argomento di attualità. Se ne parla sui giornali, sui social, al lavoro, persino al bar sotto casa. Eppure se guardiamo alla storia, le tematiche di genere hanno iniziato ad emergere nella società occidentale già nel XIX secolo, se non addirittura, secondo alcuni studi nel III secolo A.C a Roma.

Perché è importante parlarne oggi?

As simple as that: le disparità di genere sono ancora presenti. Potresti pensare che impattino negativamente solo le donne. E invece no: hanno effetti negativi su tutt*!

Ma entriamo nel dettaglio. Secondo uno studio dell’Associazione per lo sviluppo del lavoro, “se tutti i Paesi si comportassero come i migliori tra loro in termini di parità di genere, il beneficio che si otterrebbe nel mondo in dieci anni sarebbe pari a 12 mila miliardi di dollari di aumento di Pil”. Insomma, denaro che potrebbe cambiare la vita a X persone - decidi tu quante!

Ma quali saranno questi “Paesi migliori” in termini di equità? Sfortunatamente, l’Italia non è tra questi. Anzi, secondo il Global Gender Gap Report , l'Italia si posiziona al 114° posto in termini di parità di genere nella partecipazione economica ed opportunità lavorative. Tanto per darvi un’idea più chiara, è il Paese con la posizione più bassa nella regione dell'Europa occidentale!!!

Come spiega molto bene questo post di Factanza, tra le ragioni che ci relegano in fondo alla classifica vi è la disparità nella suddivisione del lavoro domestico. Ossia? Le donne svolgono un doppio lavoro non riconosciuto e, conseguentemente, gli uomini hanno un ruolo secondario nella cura e crescita dei figli. Le motivazioni forti dietro tutto questo sono due:

  • Le leggi sul congedo parentale prevedono 10 settimane per gli uomini e 5 mesi per le donne.
  • L’inefficienza - per non dire inesistenza - di servizi pubblici a sostegno delle famiglie, come asili nidi accessibili.

A queste si aggiungono le difficoltà o l'impossibilità di scegliere liberamente di diventare madri, di avere quindi il pieno controllo sul proprio corpo. Quelli che sembravano diritti civili ormai assicurati nel tempo, come la legge Roe v Wade del 1973 che definiva l’aborto diritto costituzionale, vengono oggi rimessi in discussione e annullati. Tutto ciò ha delle implicazioni importanti sulla salute fisica ed emotiva di ogni donna. La storia ha infatti dimostrato come le limitazioni all’aborto non portino ad una diminuzione di quest’ultimi ma solo ad aumento di pratiche clandestine rischiose. In Italia, seppure l’aborto è ad oggi garantito e tutelato dalla legge 194 del 1978 la percentuale dei ginecologi obiettori di coscienza è stimata intorno al 70%, rendendo nella pratica complesso ed iniquo l’accesso a tale diritto.

Implicazioni sul lavoro:

Ti è mai capitato di chiamare le tue colleghe “donne” o “ragazze”? O di essere chiamata tale? Di fare degli apprezzamenti fuori contesto sul luogo di lavoro? Di riceverne?

Le discriminazioni sul lavoro assumono forme diverse, dalle differenze salariali, alla disparità in termini di opportunità di crescita a causa del cosiddetto “Glass ceiling” (riguardo al quale ti consigliamo questo video), ossia quella barriera invisibile ma persistente che separa le donne dai ruoli di leadership.

Gli aspetti che potremmo trattare sono infiniti, tuttavia, in questo numero ci piacerebbe soffermarci su quei comportamenti (spesso inconsci) che seppur piccoli contribuiscono ad alimentare questo fenomeno e a mantenere lo status-quo.

Dagli archivi delle nostre esperienze:

Situazione 1:

  • Collega donna a collega uomo: “Complimenti per la tua promozione!”
  • Risposta del collega uomo alla collega donna: “Grazie, come stanno i tuoi figli?”

E voi direte, nulla di male, si è solo interessato ai figli della collega. Tuttavia, questo comportamento, seppur di per sè non discriminatorio, nasconde dei retaggi culturali che relegano le donne ad avere come ruolo primario quello di madre e ad essere prese meno sul serio riguardo al loro lavoro. A tale retaggio, si aggiungono i dati allarmanti secondo cui le donne dopo due anni dal congedo di maternità guadagnano il 35% in meno.

Situazione 2:

  • Collega uomo a collega donna: “Incredibile, sei sia bella che brava!”
  • Risposta del collega donna al collega uomo: (sorriso di circostanza)

Anche in questo caso, non sussiste discriminazione di per sè! Potresti pensare che si tratti di un complimento, perché effettivamente l'intenzione era quella. Tuttavia, questo tipo di “complimenti” racchiude, e di conseguenza rafforza, tutti gli stereotipi relativi alla bellezza ed i canoni estetici che le donne sono da sempre spinte ad assecondare. Stereotipi che condizionano una valutazione oggettiva sul lavoro, ma anche - vista la loro insidiosità - la vita quotidiana di ogni donna: il bella ma non troppo, curata ma non troppo, magra ma non troppo, formosa ma non troppo, vestita bene ma non troppo, giovane d’aspetto ma non troppo (ah no aspetta, quello non è mai troppo 😅). Un miliardo di “regole” implicite che come unico effetto hanno quello di non farci sentire mai abbastanza (a riguardo vi consiglio la versione tascabile di The Beauty Myth di Naomi Wolf).

Le discriminazioni di genere impattano sulla società ormai da secoli, e da decenni hanno una forte influenza anche sul mondo del lavoro. Cosa puoi fare tu per cambiare le cose rispetto alla tua realtà professionale?

Per ora è tutto...

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