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Albedo Newsletter - N°17

Ciao, questa è la newsletter Albedo, e io sono Sebastiano Santoro, scrittore di Duegradi. L’albedo è la capacità di un corpo di riflettere i raggi solari. I cambiamenti climatici stanno provocando, tra le altre cose, lo scioglimento dei ghiacciai; e la scomparsa di queste estese superfici chiare sta alterando l’albedo terrestre. L’obiettivo di questa newsletter è creare uno spazio condiviso in cui idee e storie sull’Antropocene e sui cambiamenti climatici possano sedimentare e, allo stesso tempo, riflettersi e diffondersi un po’ ovunque. Come i raggi solari quando colpiscono il nostro pianeta, appunto. Uno spazio utile perché quella che stiamo vivendo è un’epoca di cambiamenti, non solo climatici. Albedo cercherà di raccontarli, in tutte le forme possibili, dalla fiction alla non-fiction, e lo farà in cinque parti.

  • La prima è una sorta di editoriale;

  • la seconda è un consiglio di lettura;

  • nella terza c’è un piccolo promemoria sugli ultimi articoli pubblicati da Duegradi;

  • la quarta contiene link per offerte di lavoro e corsi di formazione, perché anche il mondo del lavoro sta cambiando;

  • l’ultima, la quinta parte, è un tentativo di misurare in cifre i cambiamenti che stiamo vivendo.

Una parentesi prima di cominciare

Prima di cominciare con il tema del mese devo aprire una parentesi: Albedo del mese scorso (Abre numa nova janela) ha smosso qualcosa. Sarà che forse gran parte di chi legge mensilmente questa newsletter ha visto Food for profit, sarà che tra poco ci saranno le elezioni europee e l’argomento ‘allevamenti intensivi’ è al centro del dibattito, sarà che nel frattempo parte del docufilmè andato in onda su Report ed è stato visto da 1 milione e mezzo di persone. Insomma saranno tutte queste causali fatto sta che lo scorso Albedo ha alimentato un dibattito abbastanza animato. Cioè: ho ricevuto un bel po’ di mail. Tutte con una prospettiva abbastanza critica, sulla falsariga dell’editoriale. E tutte aggiungono al ragionamento un tassello che non avevo preso in considerazione, e che è servito a rendere ancora più completo il quadro.


Alessandro, ad esempio, sottolinea che il docufilm pur parlando di Politica Agricola Comune (PAC) intervista “intellettuali famosi ma d’origine statunitense (Quammen e Safran Foer), i quali indubbiamente hanno una grande preparazione sul tema ma che non hanno una conoscenza diretta dei meccanismi politici dell’UE”. Manca inoltre, al di là di un adeguato contesto, “una parte costruttiva, in cui si indica come poter o dover riformare la PAC”. Marta invece aggiunge che il docufilm “solletica e amplifica la tendenza a estremizzare tutto, facendo perdere l’opportunità di un sano confronto”. In questo modo l’argomento viene reso “un caso a cui aderire con rabbia e passione”; ma quello che succede è che presto l’impeto emotivo finisce e il caso viene sostituito da un altro caso, “e la maggior parte di noi si scorderà di informarsi su come procedono le cose, e magari anche di andare a votare”. Ma ancora: per Chiara “l’esempio più eclatante del fallimento di questo documentario è che tutta la narrazione si regge sulla negoziazione della Politica Agraria Comune, eppure non viene mai spiegato davvero cosa sia”. 


Insomma tutte mail interessanti, che solleticano la riflessione e rendono ancora più complessa e sfaccettata la questione. Ne viene fuori una sensazione che riassume bene ancora Chiara: “di fronte a questo film provo un senso di delusione e sconfitta, perché sento che è l’ennesima occasione sprecata”.



Cominciamo: Il pensiero di un chatbot

Come ci eravamo detti nello scorso numero, questo mese parleremo di Italo Calvino. Ti avviso che andremo un po’ più lunghi del solito, però fidati: è per una buona causa. Per lo scrittore delle immagini, cominciamo allora da qui, da una fotografia:

Il modesto bungalow della famiglia Calvino a Santiago de las Vegas, ora ridotto a un semplice chiosco circondato dalla vegetazione tropicale, racconta silenziosamente dei suoi giorni trascorsi sotto il sole cubano. Una cuccia arrugginita ricorda la presenza di un cane, ora solo un eco del passato. 


Quello che hai appena letto non l’ho scritto io, ma un chatbot che sfrutta l'intelligenza artificiale. Gli ho chiesto di descrivermi quello che rimane della Stazione agricola sperimentale, vicino L'Avana, dove nel 1923 è nato Italo Calvino, e che io ho visitato sette anni fa durante una caldissima giornata d’agosto. Per rispondermi Chat GPT ha analizzato un’infinità di libri, pagine e pagine di articoli di giornale, migliaia di file digitali, pagine web (compresa l’intera Wikipedia); e il tutto è avvenuto in meno di pochi secondi grazie ai suoi modelli di apprendimento automatico. Insomma, sono certo che, se fosse ancora vivo, Calvino ne sarebbe rimasto affascinato, e allo stesso tempo inquietato: in futuro il pensiero artificiale sostituirà quello umano? 


Se fosse ancora vivo, sono certo che Calvino avrebbe scritto un sacco di cose utili sull’era digitale che stiamo vivendo. L’arrivo delle memorie portatili; la smaterializzazione dei dati; l’affermarsi della virtualità, le sue conseguenze sulle nostre relazioni sociali; “le false aggregazioni, le nuove solitudini, le aggressività e i rancori rivelati dai social, il narcisismo dei selfie” scrive Ernesto Ferrero nel recente ritratto Italo, su tutto ciò Calvino ci avrebbe dato, con il suo stile combinatorio, preciso, accurato, geometrico, una chiave di lettura mai scontata, sempre lucida, forse visionaria.

Penso a quando settanta anni fa, in L’avventura di un fotografo, ha scritto pagine che vaticinano le contraddizioni dell’esposizione dei social network, senza conoscere nemmeno l’esistenza dei social network: “per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.”

O ancora quando nel 1963 in piena guerra fredda ha scritto che “l’Emilia oggi dà l'impressione che Stati Uniti e Unione Sovietica siano già diventati una cosa sola, le cooperative agricole comuniste inaugurando supermarket ultramoderni [...] si moltiplica il consumo e la gioia di vivere”. Il successivo trionfo del capitalismo, intravisto tra le pieghe del festival del libro economico di Modena.

Oppure quando nel 1959 ha affermato: “se scriverò qualcosa adesso ci sarà un tensione verso il futuro, verso l’indecifrabile domani nascosto nel guscio dell’oggi, il domani sempre diverso da come ci attendiamo, sempre in qualche modo peggiore delle nostre speranze, e sempre migliore in un modo che noi non sapevamo sperare”.

Insomma, nella comprensione del mondo che già è e di quello che sarà, sia quando scrive di antiquate avventure di dame e cavalieri medievali, sia quando invece narra di future galassie ed esplosioni cosmiche, l’opera letteraria di Calvino è un gradino avanti rispetto a quella di molti suoi contemporanei, i quali - come lui stesso dice - scrivono “magre e austere storie provinciali di sottile malinconia”. Ecco perché se nel numero di Albedo di due mesi fa (Abre numa nova janela) si è scritto che oggi la letteratura, spesso tutta limitata nel sé di chi scrive, ha una capacità ridotta di comprendere i fenomeni del presente - fluidi, interconnessi, con scale spaziali e temporali difficili da figurarsi - Calvino invece lo smentisce e dimostra esattamente il contrario. 

Certo, non tutti i suoi libri sono facili da leggere, Calvino è uno sperimentatore che però ha il desiderio di essere letto dal pubblico, e per questo si arrovella sulla scelta della parola precisa. Il tessuto prezioso della sua narrazione è traforato da concetti astronomici, regole matematiche, espressioni della fisica. In Calvino non c’è contrapposizione tra scienza e arte. La natura non è qualcosa da temere o all’opposto da governare, atteggiamenti intellettuali del passato. La natura va solamente interrogata; come la Storia umana, segue ritmi geologici che non ci appartengono. La letteratura di Calvino è una letteratura allargata dove trovano spazio tutti i modi di interpretazione che un fertile lettore come lui riesce ad abbracciare: l’adozione di linguaggi diversi esprime bene la molteplicità del mondo in cui viviamo. Meglio però se si tratta di linguaggi concreti, l’astrattezza è nemica della comprensione; la fiaba per ragazzi quindi può essere più utile di un trattato filosofico. In questa concezione fluida, la letteratura però non perde mai la sua unicità, la prosa non sconfina mai nella divulgazione o nella saggistica, e le immagini prese a prestito dalle altre discipline sono sempre al servizio della fascinazione della parola scritta, della suggestione dell’incedere narrativo, del linguaggio che si trasforma e che allo stesso tempo trasforma chi legge. L’unica regola morale è fare un lavoro artigianale fatto bene.

Il barone rampante, Le cosmicomiche,Palomar, Le città invisibili… Calvino è riuscito a dire qualcosa di noi, e di ciò che abbiamo intorno, che resisterà nel tempo. La sua opera è ancora attuale, e lo sarà per molto, proprio come avviene con i suoi amati miti: “non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini”. Il suo lettore ideale dunque siamo noi contemporanei, ma soprattutto lo è chi ancora non esiste: in realtà il vero lettore de Le città invisibili o di Palomar o delle Cosmicomiche non è ancora nato. 

Peraltro questo allargamento dello sguardo ha un motivo preciso. L’epoca che gli è toccata vivere la conosciamo bene: l’Italia del dopoguerra vive una cuccagna economica e demografica che sembra non avere fine (oggi però lo chiameremmo grande accelerazione (Abre numa nova janela)). La scienza e la tecnica procedono a un ritmo accelerato, vorticoso. Le grandi infrastrutture, i trasporti aerei, accorciano lo spazio. Le scoperte della fisica srotolano e accorciano il tempo come una fisarmonica. Eppure lo sguardo di Calvino rimane lucido. Per cercare di comprendere un mondo così non basta più la rappresentazione immediata delle percezioni sensibili. Occorre ben altro, occorre un discorso poetico il più possibile inglobante e articolato. Calvino scrive con un intento chiaro: eliminare il sé, la psicologia, l’introspezione individuale fine a se stessa. Con l’emersione di tanti nuovi strumenti di indagine, se la letteratura vuole continuare ad agire “sui modi di immaginare il mondo” deve rinnovarsi in chiave non antropocentrica. Calvino ambisce trovare delle vie d’uscita da un labirinto che ci irretisce: abitare e cercare di comprendere il funzionamento dell’universo, il tutto non soccombendo all'insignificanza dell’essere umano di fronte al cosmo.  

Ma a ben vedere forse non è vero. Mi sbaglio. La comprensione razionale delle sue opere è sempre filtrata da una certa indole, una costante esitazione. Dall’incompletezza del Visconte dimezzato del 1952, all'inferno dei viventi delle Città invisibili del 1972, il passo è breve. Il Signor Palomar - indeciso cronico - è un suo simulacro. Ma Calvino è anche Gian dei Brughi, il famoso brigante del Barone rampante che dopo essersi appassionato ai libri non riesce più a prendere decisioni tempestive, e viene catturato e giustiziato dai carabinieri. “Ogni nuova acquisizione apre la consapevolezza di nuove lacune” scriverà davanti a un’esposizione cartografica parigina. Più cose si conoscono, più decidere diventa un atto difficile, sofferto. Ecco perché nell’ultima parte della sua vita si ammutolisce, alla parola orale preferisce quella più fredda e ragionata della scrittura: Calvino si farà taciturno e silenzioso. Famoso è l’aneddoto di una cena completamente muta trascorsa con Milan Kundera; o di sua moglie Esther che durante lunghi e silenziosi viaggi in auto gli chiede (Abre numa nova janela) se gradisce un po’ di conversazione, sebbene “la parola conversazione nel caso di Italo è sempre un po’ eccessiva”. 

Il rumoroso momento che stiamo attraversando apre un’epoca ideale per parlare e pubblicare il meno possibile e cercare di capire meglio come sono fatte le cose” scrive nel 1965 (e che tenerezza, quindici anni dopo, questa intervista (Abre numa nova janela) alla Rai). Non è vero che Calvino elimina il sé, è esattamente il contrario: Calvino è ovunque, in tutto ciò che ha scritto ci sono moltissimi Italo, tutti diversi tra loro. In ogni virgola, punto e virgola, c’è un’esitazione, un’opposizione a un sé parziale. Allora l’unico modo praticabile per annullare veramente se stesso e dar voce a ciò che è fuori di lui è “scrivere tutti i libri, in modo da inseguire il tutto attraverso le sue immagini parziali”. 

La sua vera aspirazione non è scomparire, ma è essere tutto: la completezza. Aspirazione forse mai raggiunta con la scrittura; ma con altri tipi di esperienze, per così dire più corporee, invece sì. Come la paternità, quando nasce sua figlia Giovanna confida di aver provato “un grande senso di pienezza”. O l’amore: “da anni mi consolidavo in una polemica antivitalistica e andavo difendendomi da ogni suggestione che non fosse controllata e razionale. E adesso, da quando sono preso da questo amore che mi scatena come una forza della natura, sono invece più che mai partecipe d’ogni manifestazione che punti su un sapore di vita il più possibile concitato di note alte, di frenesia e passione”. Ciò che cerca nell’amore, non è ossessione o impulsi vitalistici, è “l’aspirazione alla totalità”.

Aprile 2024. Sette anni dopo Cuba. Sono a Castiglione della Pescaia, dove Calvino è stato sepolto insieme a sua moglie Esther. Un corbezzolo veglia sulle due tombe, ricoperte di ciottoli e di commoventi matite spuntate lasciate dai visitatori. Di fianco, un parapetto apre la vista al mare, sconfinato, e all’immensa cupola celeste. Visitare il luogo dove uno scrittore o una scrittrice sono nati, e poi quello dove sono sepolti, collezionare queste due esperienze, mi aiuta a comprenderli meglio. Mi dà un senso logico di inizio e di fine. 

Tutto è partito da una domanda: il pensiero artificiale sostituirà quello umano? Cerco allora di rispondere pensando a Italo. No! la domanda è posta male, nessuna macchina ci sostituirà. Pensare è, sì, ricombinazione creativa e originale di idee e di simboli letti o visti o ascoltati, e quindi alla portata di qualsiasi AI; ma non solo: pensare è anche tradurre l’esperienza vissuta in linguaggio. Un momento unico dell’esistenza che si manifesta in maniera irripetibile. E queste sono operazioni che una macchina non vivente non può compiere. Il punto di partenza dell’opera di Calvino è la sua esperienza, quella intima quella nascosta e quella conosciuta, poi viene tutto il resto: il clima culturale dell’epoca, lo studio, l’analisi razionale, le innumerevoli letture scientifiche e non. Una vita interiore così ricca e multipla che come una catapulta ha spinto le sue immagini e la sua parola scritta a bucare il tappeto celeste che ho di fronte, andare oltre le galassie, rappresentando, a tratti con ironia a tratti con malcelata tristezza, la fatica di stare al mondo in un’epoca dove “non si salva più niente e nessuno”. Un’epoca difficile insomma, come quella che è toccata vivere anche a noi. 

Albedo finisce qui. Siamo andati lunghi, quindi per questo mese i saluti saranno brevi. Se vuoi aggiungere qualcosa su Calvino o su Food for profit, scrivi a sebastiano.santoro@duegradi.eu (Abre numa nova janela), non vedo l’ora di leggerla. Ci sentiamo il prossimo mese. Ciao! 

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