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LA NEWSLETTER DEL GIOVEDÌ DI ANDREA BATILLA
FLORALS FOR SPRING O DI COME UNA STAMPA POTREBBE CAMBIARE LA MODA

A giudicare dalle nuove accoppiate direttore creativo/brand che a Settembre dovrebbero riscrivere il mondo della moda per come lo conosciamo, è molto probabile che la direzione abbia una chiave massimalista, decorativista e espressionista. Ebbene sì. Fatevene una ragione.
Se invece di concentrarci sulle singole scelte, come hanno fatto tutti i commentatori del mondo fino ad ora, cerchiamo di tracciare un ipotetico quadro complessivo e di scoprirne i tratti comuni ci verrà naturale, o quasi, immaginarci un mondo fatto di stampe, ricami, rouches, colori stupefacenti e accoppiamenti disorientanti.
Dopo quasi un decennio di schiacciamento minimalista che nel tempo è diventato puro manierismo e che ormai è stato digerito dalle masse e dai marchi di fast fashion, all’orizzonte si sta delineando un grande cambiamento.
Il quiet luxury si è spento come un fuoco fatuo in un cimitero di periferia e di fronte alle boutique di Lemaire ci sono lunghe code di cinesi desiderosi di riportare in patria un pezzo di austera eleganza europea. Per dire che il messaggio è diventato estremamente popolare. Ma non solo.
Non sarò certo il primo a notare un parallelo tra questo formalismo minimale e l’idea di rispettabilità e accettabilità che hanno le destre nel mondo. Nè sarò il primo a fare notare che la carica eversiva che il movimento minimalista e concettuale ha avuto nella moda degli anni ’90 con personaggi come Margiela o Kawakubo è completamente sparita, assorbita da una visione borghese, reazionaria e, in una parola, vecchia. C’è una generazione di giovani che lo ha conosciuto per la prima volta e, dopo averlo conosciuto, non vede l’ora di abbandonarlo.
Come in tutti i momenti di stagnazione la moda, che per sua natura non può rimanere immobile, spalanca velocemente orizzonti che tutti credevano irrimediabilmente chiusi, lontani, abbandonati perché trash, di cattivo gusto e di difficile gestione. Di questa inversione di tendenza che si muove ancora in un terreno accidentato ne stiamo avendo almeno un paio di avvisaglie nel lavoro di Pieter Mulier da Alaïa e di Alessandro Michele da Valentino, due marchi non esattamente noti per la loro compostezza.
Ma quello che succederà a Settembre sarà ancora più interessante. Matthieu Blazy dovrà affrontare la rilettura dell’universo articolato e super massimalista di Chanel, trasportando la visione ormai anacronistica di Karl Lagerfeld verso nuovi territori che non penso possano prevedere austeri completi grigi.
Demna avrà a che fare con i tratti euro trash di Gucci che Sabato de Sarno aveva cercato di farci dimenticare ma che sono lì, irrimediabilmente scolpiti nell’immaginario collettivo, esattamente come Lady Gaga che impersona Patrizia Gucci in House of Gucci.
Infine, è ormai quasi certo (manca solo una conferma ufficiale) che JW Anderson porterà la sua visione meravigliosamente sbilenca da Dior, cancellando gli anni di sommesso e uniforme bon ton borghese di Maria Grazia Chiuri.
Basterebbero questi tre marchi ad accelerare un gigantesco spostamento di gusto tra i consumatori ma a loro dobbiamo aggiungere l’appena rinato Tom Ford di Heider Ackerman, il nuovo Dries van Noten di Julian Klausner, il nuovissimo Margiela di Glenn Martens, unendoli al già rinato Moschino di Adrien Appiolaza e ovviamente al prossimo Versace di Dario Vitale.
Senza dimenticare Schiaparelli di Daniel Roseberry, primo per interazioni social durante l’ultima fashion week.
Il quadro che si prospetta è quindi di una risorgenza del più rispetto al meno, dell’accumulo di segni, del disegno inteso come tratto riconoscibile dell’identità di un brand. E questo porterà per molti non pochi problemi.
È impossibile lavorare sulla decorazione in maniera interessante senza caricarla di significato. Ci sono migliaia di stampe a fiori ma quando se ne sceglie una si fa, appunto, una scelta che deriva da un’idea, da una visione.
Le stampe a micro fiori di Demna da Balenciaga o i fiori giganti di Miuccia hanno significati diversi e precisi. E anche scegliendo un disegno comune, classico, si fa una scelta.
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