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Calcerò #10 - Non sarebbe ora di abolire le nazionali?

Alla vigilia dei Mondiali, domandiamoci cosa sono oggi le nazionali. Cosa rappresentano per il calcio e per chi lo gestisce? Hanno ancora un senso? Quale?

Ciao a tutti, ben ritrovati.

Conoscete la “legge dei titoli di Betteridge”? Se la risposta è no, santa Wikipedia – santa per il nozionismo spiccio, non per l’approfondimento – ha una pagina che la spiega, e che in fondo fa capire perché il burlone che redige questa newsletter ha deciso, a nemmeno dieci giorni dall’inizio del Mondiale che è la fiera delle nazionali, di mandarvi il numero 10 di Calcerò con una provocazione così roboante già nel subject.

Colui che redige

Il «burlone che redige questa newsletter» è in realtà un giornalista serissimo che si prende poco sul serio, Lorenzo Longhi, e vi ricorda che Calcerò può essere sostenuta qui (con l’importo che preferite, anche una colazione: 4-5 euro ciascuno e vi garantisce il 2023). L’archivio dei numeri precedenti si può consultare a questo link.

BETTERIDGE

E insomma, vi risparmio anche il click: la legge di cui sopra sostiene che a ogni titolo che si chiude con un punto interrogativo, la risposta alla domanda può serenamente essere un no. Lo è anche in questo caso e non è necessario chiamarsi Gianni Infantino per rispondere così. Tuttavia la provocazione ha un senso: cosa sono oggi le nazionali? Cosa rappresentano per il calcio e per chi lo gestisce? Quali tradizioni e quali valori veicolano? Non sono domande banali. Le risposte raccontano di sport e di politica, passando attraverso la sociologia e, come il business calcistico del 2022 non ha nulla a che vedere con ciò che il calcio era, per dire e senza andare agli anni Trenta dello scorso secolo, nel 1958, così anche il mondo odierno ha ben poco a che spartire con quello che ha visto i Mondiali crescere e affermarsi. Togliamoci allora il dente: alla FIFA il calcio delle nazionali interessa perché è la sua gallina dalle uova d’oro, l’unica dalla quale può effettivamente ricavare miliardi, dal momento che l’attività dei club è in mano alle confederazioni continentali e alle varie federazioni nazionali. L’evoluzione della Coppa del Mondo in termini di commercializzazione televisiva (e oggi in qualsiasi forma di broadcasting) e partnership commerciali non pare ancora avere raggiunto l’entelechia, ma se l’imminente Mondiale si giocherà in Qatar e il prossimo tornerà in quegli Stati Uniti che furono volano dell’internazionalizzazione nel 1994, e peraltro lo farà aumentando di un terzo il numero delle partecipanti, è lecito iniziare a prevedere la bolla. Tra l’altro il progetto-boutade di Infantino e Wenger (dal 2019 responsabile dello sviluppo mondiale del calcio presso la FIFA) sul Mondiale biennale, al di là dell’effetto sasso nello stagno, ha se non altro chiarito che l’interesse è meramente business-oriented. E, in effetti, vedete altro in United 2026 con 48 partecipanti?

SCUOLA

Dopo tutto, il Mondiale rappresenta sì il meglio del calcio e dello spettacolo, ma non mostra più quella diversità di stili, filosofie e, in fondo, anche etnie, che lo hanno reso a lungo qualcosa di esotico, ma anche di non replicabile nel calcio di club. Nel mondo globalizzato e nel calcio delle frontiere aperte (per i ricchi è così), con il calciomercato perenne, il potere attrattivo dei denari di qualsiasi origine e il dominio dei campionati europei, uno su tutti, è ormai pressoché impossibile cercare nei calciatori professionisti la presenza dei concetti di una tradizionale scuola calcistica, di un’identità tecnica. Nelle storie del calcio si può leggere dei maestri inglesi, della scuola danubiana, del calcio totale olandese, del catenaccio all’italiana e potrei continuare per altre cinque righe almeno, attraversando i continenti: tutte costruzioni dialettiche che hanno attecchito nell'immaginario anche se poi, per dire, trovare un'identità brasiliana in un Paese complesso e multiforme come il Brasile è più che altro una costruzione. Tuttavia, in effetti, il gioco di certe nazionali, sino a 20-25 anni fa, ancora esprimeva una sorta di genius loci nell’approccio e nella filosofia, al punto che nelle sfide tra nazionali poteva anche andare in campo un vero e proprio scontro di assiologie calcistiche, al netto delle generazioni più o meno baciate dal talento. Sotto questo aspetto, le nazionali avevano un senso e una loro peculiare fenomenologia. Oggi ce l’hanno molto meno. Riuniscono calciatori che giocano campionati diversi, spesso fuori dalla propria nazione, che magari si trasferiscono da un Paese all’altro con una certa frequenza e che, comunque, nel corso della carriera sono venuti a contatto con una varietà di stili e proposte di gioco (e dunque compagni, allenatori, staff) che li hanno resi più simili, amalgamabili e, volendo, persino intercambiabili. Addirittura sotto l’aspetto morfologico sono molto meno differenti di quanto non lo fossero i loro precedessori: più alti, più massicci, più atletici. In definitiva, molto meno diversi l’uno dall’altro.

CITTADINANZA

Insomma, le nazionali sono come grandi club in cui i selezionatori mettono assieme ragazzi (o ragazze, nel settore femminile) in roster la cui formazione non dipende dal calciomercato ma da un documento: il passaporto. Occhio, però: siccome le leggi sulla cittadinanza variano da Stato a Stato, e quelle sulla cittadinanza degli sportivi possono essere ancora più fluide e peculiari, vi sono casi nei quali parlare di mercato è provocatorio, ma non certo forzato, e questo vale in realtà per tutti gli sport, con le Olimpiadi a fungere da paradigma di situazioni limite.  Nondimeno, esistono atleti che scelgono la nazionale per la quale giocare per puro calcolo e convenienza, e non li si può certo biasimare per questo. Senza contare che poi le migrazioni, le seconde e in certi casi anche le terze generazioni, hanno reso il tema della cittadinanza decisamente più complesso, soprattutto in alcuni Paesi nei quali il mutamento sociale della popolazione non viene seguito da un adeguamento di politiche superate le quali, tuttavia, fanno ancora presa su un elettorato che ama distinguere il concetto di “noi” dal concetto di ”altro”, dimenticando volutamente che il meticciato è una caratteristica dell'umanità. Un dato? Oggi oltre 250 milioni di persone vivono in posti diversi da quelli in cui sono nati, con un aumento di quasi il 50 per cento dal 2000 al 2018.

COMUNITÀ

Quanto allora le nazionali si riferiscono ancora a un’identità, a un senso di comunità? Qui riprendo Richard Giulianotti, dall’Enciclopedia dello Sport Treccani (2003), sotto il titolo “Sport e politica: identità nazionali e locali nell’età moderna”: «Studiosi di etnie e di nazionalismi hanno riservato grande attenzione al concetto di 'comunità immaginaria' espresso da Benedict Anderson (1983) per descrivere il processo per cui persone che vivono in parti diverse di una nazione o del mondo hanno un (immaginario) senso di identificazione con gli altri, anche se tale comunità non si esplicherà mai in incontri diretti tra questi differenti gruppi. Gli effetti a lungo termine delle migrazioni mostrano come la forza della comunità immaginaria tenda sempre più a estendersi oltre il livello nazionale. Lo sport fornisce un fondamentale spazio simbolico perché questo tipo di sentimenti si instauri e si riproduca [...]. Per alcuni gruppi etnici, la comunità immaginaria è quasi interamente disseminata nel mondo e quindi priva di qualsiasi riferimento territoriale». Il concetto è ancora validissimo, soprattutto se applicato al calcio. Un saggio del 2007 di Erich Roper pubblicato sulla rivista Il federalista (“Il superamento dello Stato nazionale - I popoli europei e gli Stati nel XXI secolo”) cita un sondaggio relativo all’esposizione delle bandiere tedesche nel corso del Mondiale 2006 secondo cui «il 18% dei tedeschi considera l’esporre la bandiera un fatto eccezionale dovuto alla Coppa del mondo, l’11% della popolazione era la prima volta che lo faceva, il 62% non ha nemmeno preso in considerazione di farlo, mentre solo il 6% espone la bandiera il 3 ottobre, giorno della festa nazionale». Il sentimento di unità richiede però una comunità di solidarietà e un destino condiviso, e questo non sono certo le nazionali a favorirlo, né del resto è compito loro.

TENSIONI

Esattamente cinque anni fa, nel novembre del 2017, la rivista International Studies Quarterly pubblicò uno studio effettuato dal ricercatore statunitense Andrew Bertoli, del Dartmouth’s Dickey center for international understanding, intitolato “Nationalism and conflict: lessons from international sports”. Lo potete consultare a questo link. L’ipotesi di fondo dalla quale muove Bertoli – e che viene corroborata dalle evidenze dello studio – è che quando una nazione compete come tale ad una manifestazione sportiva, nel Paese aumenta il sentimento nazionalista ed è probabile che ciò si traduca in un conflitto con un altro Stato. Ora, è fondamentale identificare cosa si intenda per “conflitto”, giacché in questo caso non si tratta necessariamente di una guerra: si parla invece di “militarized interstate disputes” (MIDs), definizione ombrello che può comprendere dalle dichiarazioni ostili e minacce fino a scambi armati, interventi o scontri aperti. La conclusione è che il nazionalismo insito nei Mondiali finisce per intensificare le aggressioni, specialmente nei Paesi nei quali il calcio è lo sport più popolare. Il concetto da tenere in considerazione nella lettura dello studio – anche qui riprendo da Treccani, da un pezzo che scrissi al termine di Russia 2018 – è quello di identificazione, il senso del “noi” opposto a ciò che è “altro”. In questo senso, le ritualità del cerimoniale delle partite tra nazionali aiuta: bandiere e inni definiscono abbastanza plasticamente il perimetro dell’appartenenza, almeno quello percepito da chi le valuta dall’esterno, perché in questo caso non è in discussione l’identità individuale – che non è necessariamente univoca.

LA RISPOSTA

Dopo avere aggiunto alcuni argomenti di discussione e spunti di riflessione alla provocazione iniziale, la risposta tocca a tutti coloro che stanno leggendo e, attenzione: qualsiasi risposta ha dignità, perché non esiste la verità in questo caso. E allora vale la pena sottolineare che la globalizzazione di cui sopra ha fatto sì che il calcio delle nazionali diventasse meno squilibrato grazie alla diffusione di diverse culture di gioco e alla mobilità internazionale degli atleti, e del resto non si può pensare di lasciare il calcio in mano ai soli club in un contesto di capitalismo spietato e osceno. Né alla politica, a dirla tutta.

Triplice fischio: pippone finito, ma mi sono divertito. 

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