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Calcerò #09 - La maglia di Haaland

I migliori giocatori contano già più dei club a livello di brand. Cosa possono fare le società?

Le mode, in periferia, arrivano dopo. Però arrivano. Al campo sportivo della scuola calcio di una frazione di uno sconosciuto comune ai confini dall’impero (noto solo per il sisma del 2012, a meno che non sappiate dov’era nato l’ammiraglio al comando dell’incrociatore Roma, luogo dal quale il mare proprio non si vede) si presenta un ragazzo del 2014 per iniziare l’allenamento. La sua maglia è celeste. Il suo numero è il 9. Sulle spalle il cognome dell’uomo del momento: Haaland.

Bene. Il perché della premessa lo capiremo presto.

Io sono Lorenzo Longhi e potete contattarmi a questo indirizzo (Öffnet in neuem Fenster).
L’archivio dei numeri precedenti si può consultare qui. (Öffnet in neuem Fenster)

L’ALIENO

Con le reti e i record che Erling Haaland sta mettendo a segno nei suoi primi mesi al Manchester City, il processo di mitopoiesi è in piena fase di elaborazione. Ne abbiamo lette di ogni e, tralasciando per carità di patria Mario Sconcerti (Öffnet in neuem Fenster) e pure Cassano, sta prendendo piede per lui il soprannome di “Alieno”, che ormai compare dappertutto.
Haaland ha 22 anni, pertanto giovanissimo, ed è norvegese, e ciò significa che avrà in carriera poca gloria con la maglia della nazionale, non certo per colpa sua. È giunto in Premier League in estate che era già Haaland, e in quel campionato avrebbe probabilmente fatto furore anche con altri colori. Ecco, il punto è proprio questo, e cioè che quella maglia sulla schiena di un bambino di otto anni non è la maglia del Manchester City: è la maglia di Haaland.

BRAND

Bella scoperta, Longhi, meno male che Calcerò non si paga (ah, a proposito: chi volesse sostenere questa newsletter con una donazione può farlo attraverso “Produzioni dal basso” a questo link (Öffnet in neuem Fenster)), che per le tautologie non ci vuole né un fenomeno né un raffinato analista.
In realtà però il discorso un senso ce l’ha, perché mai come in questo periodo storico i giovani appassionati di calcio decidono di seguire i giocatori più che le loro squadre. Incidono i social network – lo confermano i flussi di follower in ingresso e in uscita per i vari club a seguito dei trasferimenti dei top player – e uno spirito del tempo calcistico e globalizzato nel quale, almeno fuori dai confini del tifo fedele (occhio: ancora esiste), che un giocatore di livello eccelso giochi per l’una o per l’altra squadra conta decisamente meno che in passato. Per dire: se Haaland fosse finito per insondabili motivi al Liverpool o allo United, quel ragazzino avrebbe chiesto a mamma e papà di regalargli comunque la maglia di Haaland. Allo stesso modo, la maglia numero 30 del Paris Saint-Germain era la maglia di Messi, per il ragazzino non francese, non tanto quella del Psg, e lo stesso dicasi per le maglie numero 7 della Juventus tra il 2018 e il 2021, acquistate da decine di migliaia di appassionati di tutto il mondo per il semplice fatto di essere la “sua”, quella di Cristiano Ronaldo. Vale per i grandissimi, ma vale spesso anche per chi è a un livello appena più basso: l’attrazione arriva dalle capacità di campo e dall’aura proiettata sulle reti sociali, alle quale i media tradizionali da tempo portano l’acqua con le orecchie e dove i calciatori sono editori di sé stessi e proprietari dei propri diritti.
Conoscere la storia del City, per un tifoso di Haaland, è mancia, così come lo è conoscere quella del Psg per chi, all’estero, stravede per Mbappé o Neymar. Contano loro. I club guadagnano di riflesso (gli accordi con gli sponsor tecnici, la visibilità generata dalla presenza dell’icona), ma il gioco lo governano i brand dei calciatori.

DIRITTI DI IMMAGINE

Non stupisca allora, pensando all’Italia, la fissa che Aurelio De Laurentiis ha per la gestione dei diritti di immagine dei tesserati del suo Napoli. Uomo di spettacolo, ha capito prima di altri l’antifona, ma la sua è una battaglia che, oltre certi livelli, non può vincere. Non l’avrebbe vinta su Cristiano Ronaldo, se mai fosse sbarcato a Napoli e, considerando l’attuale fase di vassallaggio rispetto alla Premier League che vive il campionato italiano, difficilmente più di tanto potrà in caso di ulteriore e costante aumento di status di quella strepitosa chiamata che è stato l’acquisto da parte di Cristiano Giuntoli di Khvicha Kvaratskhelia. Sponsor, gusti, moda, fanbase: dopo due mesi di campionato, oggi su Instagram il georgiano (il cui account è già di suo un brand: kvara7) ha già un sesto dei follower del Napoli. Quanto ci metterà a mettere la freccia?

SUPERLEGA

La direzione che il calcio ha preso negli ultimi decenni ha portato insomma a una modifica del paradigma nel rapporto tra i calciatori più iconici e le società, a completo e totale vantaggio dei primi. Le divise con i nomi sono ormai vecchie di oltre cinque lustri anche in Italia, al punto che sembra nemmeno ci si ricordi più di com’era prima. Certo un altro mondo, in un contesto calcistico, mediatico, economico e sociale differente, ma rispetto alla tendenza odierna nell’élite del calcio non può stupire se, in fondo, anche la Super League rientra in certa misura tra le risposte con cui i club puntano a bloccare il trend, o se non altro a riprendersi alcune quote di mercato.
È il discorso di prima: è maglia di Haaland (o quella di Messi, Ronaldo, Modric) e non quella del City (o di Psg, United, Real) e sarà sempre di più così, ed è per questo che mirare a una lega elitaria serve all’immagine dei club per crearsi una diversa narrazione a prescindere dalle proprietà e dai calciatori. Posto che è assodato come non si possano fare paragoni di sorta tra la Nba (quando si parla di franchigie e commissioner bisogna azzerare qualsiasi similitudine, perché non ha senso) e la wannabe Super League del calcio europeo, cercare di costruire una lega chiusa (o para-chiusa), dal punto di vista dei club, ha un senso perché, alla fine, le venti elette – il numero è messo a caso: venti, quaranta o quelle che saranno – farebbero parte di un circolo nel quale essere presenti sarebbe già sufficiente per riprendersi una parte delle quote perse.
Per dire: da ragazzino, forse era il 1991, avevo una maglietta dei Pistons con il nome di Isiah Thomas. Anche se non vincono l’anello dal 2004 (vado a memoria: se sbaglio, mi corigerete), i Pistons sono sempre lì. Il City nel 2001-02 era in First Division, e chissà dove sarebbe se non fosse intervenuta la proprietà emiratina. Sicuramente nessuno l’avrebbe nemmeno invitato nel circolo della wannabe Super League, ed è tutto qui: se oggi ci sei e domani no, a prescindere dai successi, il tuo destino ci club è segnato; sei il veicolo del nome del fuoriclasse che c’è sulla tua maglia, quello che veste pro tempore dei suoi colori l’avatar di Fifa (il videogame, intendo: la sempre più precisa attenzione alla resa dei volti e della fisionomia dei calciatori è un altro preciso elemento del discorso) e niente più.
Il merito sportivo deve essere centrale e dirimente, ma in un ecosistema in cui neoliberismo, individualismo e tecnologia hanno mutato rapidamente le forze in gioco nel calcio, quella possibile risposta è figlia di un ragionamento che va anche in questa direzione. Piaccia o non piaccia.

CAMPO PER DESTINAZIONE

Mutuo la segnalazione da Francesco Caremani (mio socio e direttore nel progetto The SpoRt Light (Öffnet in neuem Fenster)), che vi ha preso parte, e ve la giro volentieri. A partire dal 18 ottobre si RTL TV1, emittente privata in lingua francese con sede in Belgio e Lussemburgo, verrà trasmessa La tragédie du Heysel, una produzione franco-belga in sei puntate. Le prime due puntate dovrebbero essere presentate in anteprima al Festival Del Cinema Di Roma, 13-23 ottobre.
La serie è tratta dal libro del vicedirettore de L'Equipe, Jean-philippe Leclaire, Le Heysel: Une tragédie européenne.
Riporto Caremani, del quale in materia ho fiducia totale: « Cosa ne penso della serie televisiva? A mio modo di vedere c’è tutto, dalla strage al processo – nello specifico una ricostruzione minuziosa –, grazie anche alla presenza dell’avvocato Daniel Vedovatto. Sono state fatte 52 interviste e ci sono immagini, per me, inedite.
Ovviamente non si può impedire agli ‘altri’ di parlare e di dire la loro, mentre cercano di nascondersi dietro un dito – in particolare gli hooligan inglesi (ladri oltreché assassini, fateci pace…) e i poliziotti che cercano di mondare le proprie colpe con qualche bugia e alcune inesattezze –, però colpe e responsabilità vengono fuori in maniera netta e inequivocabile, grazie al lavoro di Jean-philippe Leclaire e al montaggio della produzione.
Io penso che questo lavoro sia molto importante e per certi aspetti definitivo. Non sarà facile per alcuno e alcuna guardarla, è stata oggettivamente dura vederla in anteprima.
Palomar dovrebbe distribuirla anche in Italia, ma ancora non ci sono certezze.
Credo che sarebbe clamoroso se alcuna, tra emittenti e piattaforme, decidesse di non mandarla in onda. Se ci riusciranno sarà un evento storico, altrimenti niente di nuovo rispetto a ciò che ho sperimentato di persona, umanamente e professionalmente, in vent’anni di memoria».

Triplice fischio anche oggi.

Per suggerimenti, contestazioni, contributi, correzioni, segnalazioni: calcero.newsletter@lorenzolonghi.com (Öffnet in neuem Fenster)

Ci rileggiamo l’11 novembre.

Calcerò - il futuro del pallone è la newsletter mensile sul domani del calcio. Il giorno 11 di ogni mese arriva puntuale nella tua casella. È curata da Lorenzo Longhi (Öffnet in neuem Fenster)