S1 E12

LA NEWSLETTER DEL GIOVEDÌ DI ANDREA BATILLA
A COSA SERVE UNA CULTURA DELLA MODA

La casa che io e il mio compagno abbiamo comprato ha un giardino grande, molto grande. Lo abbiamo trovato in condizioni disastrose, abbandonato da decenni. Alcuni tratti sono diventati bosco, in altri i rovi hanno reso impraticabile il terreno mentre piante di ogni tipo si sono appropriate di tutti gli spazi, soffocandosi a vicenda, seminando il caos. Nel vero senso della parola. Solo ora, dopo quasi un anno e con l’aiuto di un giardiniere molto competente e di un architetto, stiamo riuscendo a capire qual era l’idea di chi ha costruito la casa e il parco.
Nell’Italia di fine anni ’60 case e giardini erano diventati elementi a cui applicare un senso del design contemporaneo che nel nostro caso si ispirava liberamente al lavoro di Frank Lloyd Wright, in cui la relazione tra esterno e interno è fondamentale. Dalle enormi vetrate della sala si vede tutto il verde che circonda l’edificio che con il tempo ha perso la sua eleganza originale ma che era sicuramente stato concepito con la stessa attenzione degli interni.
Ragionare sulla concezione di un grande giardino è qualcosa a cui siamo poco abituati perché semplicemente non è qualcosa che ci capita spesso o forse che neanche si desidera, perché troppo complesso. I fattori che concorrono alla progettazione di un giardino sono tantissimi e occorre una grande esperienza e capacità tecnica per tenerli sotto controllo. Qui in Brianza poi, i giardini sanno di erba artificiale, soffrono di eccesso di perfezionismo, di siepi rasate in maniera geometrica e di aiuole rigonfie di fiori multicolori. Il giardino all’Italiana è storicamente qualcosa di razionale, metafora della magnificenza della ragione umana ma anche del desiderio rinascimentale di mostrare la ricchezza famigliare, la grandezza del casato. Nel tempo le radici storiche hanno perso di significato e ci siamo ritrovati pieni di vasi di gerani, bellissimi e inutili, che durano qualche mese e poi muoiono ma che non danno preoccupazioni né richiedono pensiero.
Il giardino, molto di più della casa, è una grande metafora della difficoltà di tenere insieme allo stesso tempo una stretta rete di connessioni tra piante diversissime e avere una visione di insieme che renda tutto armonioso, che dia un senso al progetto. Se piantiamo erbe aromatiche dobbiamo sapere che la menta tende a colonizzare ogni spazio con le sue radici e va quindi tenuta sotto controllo e che se vogliamo un ciliegio dobbiamo ricordarci di metterlo vicino ad un altro ciliegio perché non è una pianta autoimpollinante e senza un suo simile non da frutti.
Magari nel giardino ci sono piante gigantesche che però hanno pochissimo valore perché non autoctone ma, se dovessero essere abbattute, sostituirle con specie più adatte richiederebbe anni, forse decenni.
Anche se l’Italia da il nome a un tipo di giardino, la cultura degli spazi all’aperto, soprattutto se pubblici non esiste più da tempo e sta recuperando un pò di terreno solo negli ultimi anni. Il verde non è uno spazio con un’identità ma un accessorio, un ornamento, una decorazione, contrariamente a Francia, Germania e soprattutto Inghilterra in cui parchi e giardinaggio fanno parte della cultura da secoli.
Quando si pensa a un sistema come la moda bisognerebbe tenere ben presente questa metafora così articolata. In Italia la moda come sistema culturale non esiste più da secoli, più o meno dal Rinascimento, e quello che vediamo oggi è la giustapposizione di una serie di episodi, anche estremamente significativi, che non hanno unitarietà né solidità.
C’è la storia della Sala Bianca a Firenze con un geniale Giovanni Battista Giorgini che negli anni ’50 si inventa le sfilate di moda italiane. Quella dell’alta moda romana delle Sorelle Fontana che si inventano, nello stesso periodo, l’alta moda romana. Poi c’è Salvatore Ferragamo che si inventa dal niente un marchio di scarpe che diventa famoso in tutto il mondo. Stessa cosa vale per Guccio Gucci.
E che dire di Armani, Versace , Ferrè e Krizia che si inventano il concetto stesso di Made in Italy?
Tutti questi avvenimenti sono, nell’immaginario collettivo, episodi che nel tempo si sono solidificati in una visione romantica senza formare un insieme compiuto ma rimanendo, appunto, episodi.
Questo quadro non è unitario perché sulla moda non c’è mai stata una riflessione collettiva, non si è mai cercato di mettere insieme i pezzi e la frammentazione geografica è diventata col tempo un allegro spezzatino di frattaglie da mangiare solo un paio di volte l’anno.
Ovviamente esiste un filo rosso che lega tutti questi accadimenti mitologici ma è una storia che non ha niente di romantico.
Cathy Horyn, nota giornalista di moda del New York Magazine, è uno dei pochi esempi viventi di critica libera. Le è concesso di dire quello che vuole perché scrive in un giornale poco letto ma considerato uno dei media cartacei più autorevoli in termini culturali.
In uno dei suoi ultimi editoriali ha dichiarato morta e sepolta la Milano Fashion Week, ricordando a tutti che al momento l’unica sfilata per cui ha senso venire a Milano è Prada. Questo giudizio, per quanto un pò superficiale, contiene della verità.
Il sistema moda italiano non è di fatto un sistema. La sua unicità storica risiede, come ho accennato sopra, nell’essere decentrato e relativamente recente, due caratteristiche che lo rendono anche estremamente complesso da comprendere.
Mentre in Francia la storia si è svolta in un’unica città, Parigi, a partire dalle corti seicentesche e poi in una precisa zona della città se non in un’unica strada, in Italia la narrazione si è divisa tra Milano, Firenze, Roma ma anche Torino e Venezia, per non parlare delle decine di aziende manifatturiere sparpagliate sul territorio.
Quando negli Stati Uniti, Francia, Germania e Inghilterra il tessuto industriale tessile è sparito, tra gli anni ’70 e ’80, l’Italia è passata agli onori della cronaca per la sua capacità produttiva e la sua naturale attitudine al vestire quotidiano, cioè commerciale.
Morto l’apparato produttivo, in tutti gli altri stati la moda è diventata qualcosa da raccontare, una storia, una metafora intangibile e estremamente duttile. L’Italia invece, pur avendo mantenuto tutta la sua ricchezza del settore del tessile abbigliamento, non lo ha saputo trasformare in un racconto collettivo, fermandosi in superficie, ai singoli episodi.
La dimostrazione di tutto ciò è che da noi continuano ad accadere moltissime cose ma non esiste un pensiero né una regia collettiva, così il nostro giardino a volte è casualmente bellissimo, altre è ferocemente selvaggio.
Tra i tanti esempi che si possono fare (e ce ne sono veramente tantissimi) vorrei citarne alcuni che mi sembrano significativi. A Milano l’assessora allo Sviluppo Economico e Politiche del Lavoro Alessia Cappello ha anche una delega a moda e design. Questo vuol dire che la prospettiva attraverso la quale Milano guarda la moda è di tipo produttivo/industriale, non culturale. Non ci sarebbe niente di male se a livello comunale, regionale o statale esistessero dei tavoli di coordinamento o se questa funzione fosse svolta da Camera Nazionale della Moda. Ma così non è.
La facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, la prima in Italia, è stata fondata nel 1933 e ha di fatto creato la professione dell’architetto che fino a quel momento era svolta sia da ingegneri che da laureati alle accademie di belle arti. Da lì a poco è nato anche un albo professionale che ha stabilito i requisiti formativi che deve avere chi vuole fare questo mestiere.
All’interno del Politecnico nel 1993 è nata la Scuola di Design e all’interno di essa sono nati i corsi di design e comunicazione della moda. Quando esattamente siano nati non è dato saperlo ma a occhio e croce abbastanza di recente.
Questo vuol dire che nell’università che ha inventato lo studio dell’architettura in Italia, la moda è concepita come una costola del design che è concepito come una costola dell’architettura.
La moda, contrariamente al design, soffre di una pessima fama ed è percepita come qualcosa di leggero e superficiale. La responsabilità, anche in questo caso, parte da lontano. Architetti e designer hanno una preparazione culturale che permette loro di formare uno sguardo critico prima di tutto verso il proprio lavoro, raccontandolo e comunicandolo con un linguaggio alto, spesso accademico. Gli stilisti e la moda in generale soffrono di analfabetismo, trattano ancora la materia come si faceva negli anni ’50, parlando di ispirazione e confondendo l’approccio progettuale con l’istinto.
Questo succede anche perché il sistema formativo moda in Italia non nasce dentro le università ma al di fuori di esse, con scuole che sono molto più vicine storicamente agli istituti tecnici professionali e che sono quasi sempre private. Qui le richieste di profili professionali vengono stimolate dalle aziende e arrivano agli istituti di formazioni che le fanno diventare corsi accademici. Non il contrario.
Poi c’è la questione dei musei. Dopo 4 anni di lavori di ristrutturazione hanno da poco riaperto le sale del Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti. Il museo è l’unico in Italia a potersi realmente fregiare di questo nome ma ciò che lo differenzia, per esempio dal Musèe Galliera di Parigi o dal Victoria and Albert Museum di Londra, è che non ha una programmazione di mostre tematiche ma solo una rotazione dei suoi 15.000 capi di archivio. Questo vuol dire che la sua attività è orientata alla conservazione e non alla ricerca e che è molto lontano da avere uno sguardo sulla contemporaneità e contribuire alla formazione di una cultura della moda. In realtà in Italia esiste un gigantesco museo diffuso, composto da tutti gli archivi o fondazioni private (basta pensare a quello di Prada che ha 67.000 pezzi) che non è però coordinato e accessibile allo studio e soprattutto non fa parte di una rete che comprenda anche le istituzioni pubbliche. Questo comporta il fatto che avere un quadro dettagliato di tutta questa ricchezza non è possibile.
Tutto ciò potrebbe sembrare depressivo ma è solo un inizio possibile di un’analisi approfondita che si dovrebbe fare sullo stato della produzione culturale della moda in Italia.
Quando Stefano Boeri era Assessore alla Cultura del Comune di Milano, nel 2011, aveva dimostrato un intelligente interessamento verso la moda e oltre a ritenere necessario l’istituzione di un vero e proprio museo della moda, aveva indetto una due giorni di incontri. Un grande numero di persone erano state chiamate a partecipare dandogli 10 minuti per parlare di un argomento problematico, per esprimere un punto di vista o per dare suggerimenti. Boeri aveva ascoltato attentamente, intervenendo e prendendo appunti. A me entrambe le giornate erano parse straordinariamente fertili di idee. Poi Boeri aveva lasciato l’incarico e neanche una delle idee che erano uscite da quel momento di confronto era stata portata avanti.
Ecco. Forse è venuto il momento di fare qualcosa di simile. Diamoci 3 giorni, uno spazio ampio e rilassante e cominciamo così. Parlandone.